Quanto sono inquinate le acque italiane?

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Secondo gli ultimi dati del monitoraggio Ispra, gran parte delle acque è chimicamente inquinata dai pesticidi. Una pessima notizia, visto che gli effetti nocivi di queste sostanze possono manifestarsi anche a concentrazioni molto basse

(foto: Getty Images)

Sono 299 le sostanze inquinanti trovate nelle acque nel territorio nazionale italiano, su 426 ricercate. Un dato che emerge dall’ultimo rapporto dell’Ispra sui pesticidi nelle acque basato sul monitoraggio effettuato nel 2017 e nel 2018 dalle regioni e dalle agenzie regionali per la protezione dell’ambiente. Rispetto al passato la novità è che c’è una maggior concentrazione di insetticidi rispetto agli erbicidi predominati in precedenza.

L’indagine ha riguardato 4.775 punti di campionamento e 16.962 campioni in Italia con risultati poco incoraggianti. Come spiegano dall’Ispra, infatti, anche basse concentrazioni di sostanze possono avere effetti nocivi. Non solo: in alcune zone in passato non inquinate emerge ora una significativa presenza di pesticidi nelle acque. Una questione da non sottovalutare se si considera, poi, che nel 21 per cento del campione totale è stata superata la concentrazione di pesticidi rispetto al limite ambientale consentito. “Per alcune sostanze la frequenza di ritrovamento, la diffusione e il superamento dei limiti, pongono un problema, in alcuni casi di dimensione nazionale”, si legge nel rapporto.

Nel dettaglio, nelle acque superficiali sono stati trovati pesticidi nel 77,3 per cento dei 1.980 punti di monitoraggio, in quelle sotterranee nel 32,2 per cento dei 2.795 punti. Le sostanze che più spesso hanno determinato il superamento sono gli erbicidi glifosato e il suo metabolita Ampa, il metolaclor e i fungicidi dimetomorf e azossistrobina. Va notato che il glifosato è l’erbicida più utilizzato, ma anche uno dei contaminanti principali delle acque. La sostanza è attualmente approvata nell’Unione europea. In Italia, dal 2016, ne è stato vietato l’uso nei luoghi pubblici, nel periodo che precede il raccolto e l’impiego non agricolo nelle aree vulnerabili. Solo il Lussemburgo in Europa ne ha vietato totalmente l’uso, togliendolo dal commercio.

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